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Valenza

Valenza cresce, ma non si trovano cento orafi. Incontro con influencer internazionali

Se da una parte si discute come vendere meglio i gioielli valenzani anche online (con blogger e influencer internazionali), dall'altra si soffre la carenza di artigiani. Le scuole non sfornano abbastanza incassatori, così arrivano dal Sud
VALENZA - Interverranno Sophie Sun, CEO del sito cinese 5lux.com e la fashion blogger colombiana Maria Camila Villamil Navarro e altri esperti internazionali di moda, fashion e lusso all’incontro in Villa Salcabarozzi di Valenza, lunedì 29 ottobre, per l’edizione 2018 di Made in Piemonte Jewellery.

Sono due delle ospiti di una due giorni dedicata all’alta gioielleria e al mondo digitale. Si parlerà di strategie aziendali, di cosa si vende e cosa non si vende online, e come.
Insomma, come si dice oggi, un workshop dedicato ai professionisti del settore per rilanciare Valenza come città dell’oro, visto che restano i maggiori esportatori al mondo di gioielleria.

Il 30 ottobre si prosegue con una serie di incontri b2b e visite alle aziende da parte di giornalisti e blogger di mezzo mondo (Olanda, Paesi Arabi, Corea del Sud, Olanda, Colombia…).

“Vogliamo aprirci a nuovi mercati, Centro e Sud America soprattutto”, spiega Massimo Barbadoro, assessore impegnato molto nella crescita del Made in Valenza e nella ‘diplomazia’ internazionale, a tal punto da considerarlo a pieno titolo un vero e proprio ambascicatore di Valenza nel Mondo.

La città dell’oro cresce in produzioni e fatturato, dunque, con le grandi maison che assumono, ma Valenza non ‘sforna’ abbastanza artigiani, nonostate una scuola specializzata. Nell’era dei fashion blogger e dei designer, fare il ‘manovale’ del gioiello non tira, e così non sono molti quelli che vogliono fare gli incassatori o l’orefice.

Eppure servirebbero almeno un centinaio di queste figure professionali. Va bene, il contratto è quello nazionale legato al settore metalmeccanico, si inizia con 1.200 circa, ma il lavoro ci sarebbe. “Fa piacere vedere nuovamente i cartelli cercasi orafo, apprendista, ma il problema è che la scuola professionale riesce a soddisfare le richieste del mercato: alla fine vengono formati una ventina di buoni orafi all’anno, troppo pochi per quello che chiedono oggi i laboratori”.

Dalla Sicilia e dalla Campania arrivano i primi orafi emigrati, proprio perché il lavoro di padri e nonni valenzani, in pochi decidono di farlo, o non se la sentono più di intraprendere una scuola professionale così settoriale. “Andrebbero bene anche degli apprendisti, ma non si trovano neppure quelli”.
 
29/10/2018
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