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Bosio

Centro di documentazione alla Benedicta: comunque vada sarà uno spreco?

Sul centro di documentazione della Benedicta si naviga a vista. L'impressione è che nessuno sappia bene cosa fare di quel cantiere aperto in mezzo all'Appennino nel 2011. Servono ancora centinaia di migliaia di euro per portarlo a termine e comunque dopo il completamento si aprirà il problema della gestione
LERMA – Sul centro di documentazione della Benedicta si naviga a vista. L’impressione è che nessuno sappia bene cosa fare di quel cantiere aperto in mezzo ai monti delle Capanne di Marcarolo nel 2011. Servono ancora centinaia di migliaia di euro per portarlo a termine (circa 750 mila, di cui 500 mila stanziati dalla Regione e 250 mila dalla Provincia) e comunque dopo il completamento si aprirà il problema della gestione, di cui in realtà nessuno vuole farsi carico. Così come nessuno vuole farsi carico della responsabilità politica di quest'opera, la cui ideazione risale a oltre dieci anni fa. Mercedes Bresso è da poco diventata governatore del Piemonte e con la legge regionale n. 1 del 2006 (primo firmatario l'allora consigliere Rocchino Muliere) viene istituito il centro di documentazione.

I dubbi sulla struttura sono emersi ancora una volta l’altro ieri, a Lerma, quando si è riunito il consiglio dell’ente che gestisce le aree protette dell’Appennino piemontese. Il presidente Dino Bianchi è in carica solo dal 2016, rischia di ritrovarsi in mano il cerino acceso e ha provato a metterci una pezza: «Torneremo al tavolo delle trattative con Regione e Provincia, chiederemo di rivedere il protocollo d’intesa [che coinvolge anche Unione montana, Comune di Bosio e Comune di Novi Ligure ma solo per quanto riguarda la biblioteca, alla quale il centro di documentazione verrebbe collegato; ndr]». Al di là delle buone intenzioni però è evidente che – parafrasando Chiambretti – comunque vada sarà un insuccesso.

Lasciare incompiuto il centro di documentazione significherebbe gettare al vento i 750 mila euro finora spesi per quello che – oggi – è una ferita nel ventre della collina (tanto da guadagnarsi l’epiteto di “ecomostro”), uno scheletro in cemento e mattoni sotto i ruderi della cascina Benedicta, dove il 7 aprile del 1944 centinaia di giovani partigiani furono uccisi in combattimento dai nazifascisti, fucilati sul posto o avviati ai campi di sterminio tedeschi. Proseguire con i lavori vorrebbe dire spendere altri 750 mila euro, senza contare le spese legate alla gestione ordinaria e alla manutenzione. A chi toccherà pagare le bollette? Chi lo terrà aperto? E chi andrà a visitarlo, visto che la struttura della Benedicta, se e quando sarà finita, sarà lontana decine di chilometri dai grandi centri abitati e raggiungibile solo attraverso una strada tortuosa e poco adatta ai pullman?

In consiglio, il presidente Bianchi ha giocato di sponda: «Non possiamo cancellare quanto costruito finora – ha detto – Chiederemo di creare qualcosa che sia effettivamente usufruibile, mettendo in rete il centro di documentazione con cascina Pizzo, cascina Moglioni e le altre strutture della zona. Il centro potrebbe anche diventare un punto di riferimento per i servizi di forestazione e di manutenzione della sentieristica». Ma Bianchi vorrebbe anche che dal borsellino del centro di documentazione uscisse anche qualcosa per la sistemazione dei ruderi della Benedicta e del sacrario: «Hanno bisogno di manutenzione». Le vie della politica sono infinite, si sa, ma a oggi appare difficile che, dai fondi per un’opera ancora incompiuta, si riesca a ricavare pure un finanziamento per altri lavori...

Immagini: pagina Facebook Centro documentazione Benedicta e archivio Novionline.
20/12/2017
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