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Mondiali di Calcio 2018

Mode Mondiali

Così è infine accaduto che è stata la compagine tedesca e non quella argentina, graziata dalla prodezza di un difensore e dalla sportività della Croazia, a transitare nella stazione della Transiberiana di Ekaterinburg
Così è infine accaduto che è stata la compagine tedesca e non quella argentina, graziata dalla prodezza di un difensore e dalla sportività della Croazia, a transitare nella stazione della Transiberiana di Ekaterinburg, incrociando gli increduli tifosi di Messico e Svezia che qui, oltre gli Urali, hanno esultato per la quasi involontaria doppia qualificazione e possono dirigersi rispettivamente a Samara e a San Pietroburgo. In queste città i Mondiali continuano, mentre qui si stanno già smontando le tribune posticce modello Muro di Berlino che hanno aumentato per l’occasione la capienza del Central'nyj stadion. Ora l’impianto tornerà ad ospitare le sole esibizioni del Futbol'nyj Klub Ural, con la malinconia di un’architettura ridotta a scenografia. Sono passati i tempi in cui le grandi competizioni sportive lasciavano, andandosene, montagne di debiti nelle casse degli Stati e cattedrali inservibili nei deserti urbani; rovine che avrebbero fatto la gioia di Piranesi, assediate da ruggine, crepe e vegetazione rampicante. Ora anche lo spazio costruito è destinato a dissolversi come un qualsiasi frame digitale, nella magia dell’economia circolare iper tecnologica come successo all’Expo di Milano oppure nell’analogico rumore di pulegge e rimorchi, come in questa Europa dell’Est dove le cose si fanno ancora in grande, ma di cartapesta. E proprio mentre le prime squadre di operai cominciano a prendere servizio noi, seduti davanti a un Boršč (dopo aver declinato la gentile offerta di uno stufato d’orso che qui è un prelibato piatto nazionale), ci domandiamo come sia possibile che i campioni in carica si siano fatti eliminare dalla stessa inguardabile Svezia che ha lasciato a casa noi e dalla più scarsa Corea del Sud degli ultimi vent’anni. Molti parlano di “errori di preparazione” ma potremmo essere di fronte a qualcosa di più profondo, al tramonto di una certa idea di football. Il lungo “Periodo Spagnolo” ha infatti convinto molti a snaturare la propria scuola calcistica, fosse questa il catenaccio o la palla lunga e pedalare, per dedicarsi a un’estenuante ricerca del possesso palla che aveva il tiro in porta come mero, anche se indispensabile, accessorio. Un calcio senza centravanti, possibile solo con determinati interpreti come Xavi o Iniesta. Adesso che anche la Spagna ha il suo ariete di sfondamento, il nerboruto Diego Costa, chi è rimasto indietro, come il cool casual Joachim Löw, paga il prezzo di chi antepone la teoria alla realtà. In molti ora, in Germania, cavalcano dalle colonne delle pagine sportive la tigre sovranista, accusando i giocatori allogeni come Ozil di scarsa affezione alla maglia, ma farebbero meglio a rimpiangere il polacco Miroslav Klose: un naturalizzato che la buttava sempre dentro. Un altro mito che cade è quello di un calcio programmabile che presuppone che l’organizzazione dei vivai, dei campionati e delle risorse sia garanzia di successo in campo. Un mito che attribuisce alla pur sciagurata politica federale e dei club le disfatte azzurre. Ma la verità è che il Messico e la Svezia, la Croazia o l’Uruguay, non le programma nessuno ed il Mondiale li vincerà non la squadra più efficiente, ma la più forte. Dasvidania Tovarisches
28/06/2018
Simone Farello
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