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Economia

L’«offensiva finale»

“Tutto va male contemporaneamente.”

Versione ispirata alla meccanica quantistica della «legge di Murphy»,

tratta da Wikipedia.


Non so quanti di voi abbiano fatto caso che, accanto all’indicazione della cittadinanza italiana, sul nostro passaporto c’è anche quella di “cittadino dell’Unione Europea”. Personalmente non ho difficoltà alcuna ad ammettere che, di questi tempi e dovendo scegliere, rinuncerei più volentieri alla prima che alla seconda. Ed è per questo motivo che 
ho provato un po’ di sconcerto leggendo il titolo di un servizio apparso qualche giorno fa su «Repubblica»: “Colpire l’Italia per far sparire l’euro. I fondi lanciano l’offensiva finale”. Lo stesso giorno, nel corso di un’intervista apparsa su «La Stampa», l’economista statunitense Allen Sinai, dopo aver sottolineato come “a lungo andare le misure di rigore richieste per rimanere nell’euro non saranno più sostenibili sul piano politico, e quindi i Paesi più in difficoltà ne usciranno”, ha avanzato la previsione che all’euro, così com’è ora, non resterebbe che un anno di vita. Cerchiamo di capire per quale motivo l’attacco speculativo alla finanza italiana costituisca in realtà una mossa volta ad affossare l’euro e quale sia la probabilità che l’«offensiva finale» abbia successo.
 

Perché l’euro. Nel 1999, prima dell’avvento dell’euro, esistevano in Europa diverse monete, vincolate tra di loro, a partire dai primi anni ’70 del Novecento, da accordi monetari: il Serpente monetario prima e il Sistema Monetario Europeo dopo. Entrambi quegli accordi sono naufragati in seguito agli attacchi speculativi sulle monete ritenute deboli. A quell’epoca, gli speculatori disponevano quindi, sulla piazza europea, di numerosi «tavoli da gioco» su cui scommettere. Poiché la nascita della moneta unica ha comportato la fissazione di tassi di cambio irrevocabilmente fissi tra le monete che hanno cessato di esistere, con l’avvento dell’euro è rimasto un unico tavolo su cui giocare. L’ostinazione con la quale i paesi dell’ex Comunità Economica Europea (CEE) hanno perseguito l’obiettivo di dar vita ad un sistema monetario unico va ricercata nelle difficoltà che si sono venute a creare con l’implosione del sistema di cambi fissi - concordato a Bretton Woods sul finire della Seconda guerra mondiale -, che ha fatto seguito alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro dell’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Quel sistema, che ha favorito l’eccezionale periodo di crescita economica sperimentato dai paesi occidentali nel corso degli anni ‘60, era basato sulla centralità del dollaro quale moneta sostitutiva dell’oro. L’enorme espansione della quantità di dollari circolanti in Europa in conseguenza del Piano Marshall, unitamente all’accumulo di riserve in dollari da parte dei paesi esportatori di petrolio, ha fatto sì che gli Stati Uniti abbiano ritenuto di non essere più in grado di garantire la convertibilità della loro moneta in oro (la quantità di dollari in circolazione essendo divenuta un multiplo dell’ammontare originariamente immesso sui mercati internazionali). Al crollo di quel sistema ha fatto seguito un periodo di forte instabilità nei tassi di cambio tra le monete, tassi di cambio il cui valore, anziché essere concordato, come avveniva prima, nelle sedi istituzionali preposte (il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale), veniva lasciato alla libera contrattazione sui mercati valutari. La fluttuazione delle monete creava però notevoli difficoltà all’interno della CEE, sia con riguardo alla stabilità dei prezzi delle transazioni intra-comunitarie (fortemente aumentate nel corso degli anni ‘60), sia in relazione ai meccanismi di compensazione posti in essere dalla politica agricola comunitaria. Di qui i vari tentativi di porre in essere i sistemi di stabilizzazione del valore dei cambi delle monete, cui si è fatto cenno, che hanno accompagnato il processo di unificazione economica e monetaria. Quel processo che, con il Trattato di Maastricht (e i successivi allargamenti dei paesi che vi hanno aderito), ha sancito il passaggio dalla CEE alla Unione Europea (UE), la creazione della Banca Centrale Europea, nonché l’introduzione e l’adozione dell’euro da parte (inizialmente) di dodici paesi.

 

La fragilità dell’euro. Non tutti i paesi che hanno adottato l’euro, che nel frattempo sono aumentati a diciassette, sono tuttavia nelle medesime condizioni di stabilità, vuoi economica, vuoi politica. Tranne poche eccezioni, quasi tutti i paesi della zona euro hanno visto crescere nel tempo il loro indebitamento, a tal punto che, nel 2007, ossia prima della recente crisi finanziaria, per la media dei paesi appartenenti all’area dell’euro il rapporto debito pubblico/PIL era pari al 66,2%, di poco superiore, quindi, al valore del 60% fissato dalle norme Trattato di Maastricht. Ma nel corso del 2008 tale rapporto è salito al 69,9%, vale a dire, di un soffio inferiore al limite del 70% considerato da alcuni economisti la soglia oltre la quale il debito sovrano rischia di divenire insostenibile. In conseguenza delle misure adottate per fronteggiare la crisi economica, poi, tale rapporto è ulteriormente aumentato nel 2009 al 73,9% ed ha raggiunto l’85,1% alla fine del 2010. Sempre alla fine del 2010, solo sei paesi risultavano «virtuosi» (Estonia, Cipro, Lussemburgo, Slovenia, Slovacchia, e Finlandia), mentre tutti gli altri, tra cui la Germania, la Francia e l’Italia (che da soli producono poco meno del 50% del PIL dell’euro-zona), mostravano un rapporto debito pubblico/PIL superiore al limite del 60% fissato dal Trattato. Inoltre, ben otto paesi (Belgio, Germania, Irlanda, Grecia, Francia, Italia, Austria e Portogallo) hanno superato la soglia di sostenibilità del 70%. Detto in altri termini, stando ai parametri fissati dal Trattato di Maastricht, al giorno d’oggi solo sei tra i paesi dell’euro-zona (e neppure i più importanti dal punto di vista economico), entrerebbero nell’Unione Monetaria. Di qui la fragilità dell’euro: un livello di indebitamento complessivo (ancorché variegato al suo interno) che mette a rischio la sopravvivenza della moneta unica.

 

La fragilità dell’Italia. L’attacco della speculazione alla finanza italiana è avvenuto (ed è facile prevedere che continuerà) nel momento in cui le forze politiche si apprestavano a discutere la manovra finanziaria, manovra la cui palese iniquità è sotto gli occhi di tutti e che ciononostante è stata approvata a tempo di record grazie al senso di responsabilità delle forze politiche di opposizione. Perché l’Italia, a differenza della Spagna, è stata presa di mira dalla speculazione? Se si prescinde dall’instabilità politica, la cui importanza è giudicata rilevante da molti commentatori, ma non quantificabile, i motivi sono sostanzialmente due. In primo luogo, il debito pubblico dell’Italia in rapporto al PIL è il doppio di quello della Spagna (119%, ben al di sopra della soglia di sostenibilità, contro il 60,1%, al di sotto di quella soglia). Secondariamente, il tasso di crescita della sua economia, oltre ad essere stato negli ultimi dieci anni il più basso in assoluto (1,2%) rispetto a tutti i 27 paesi della UE (2,3%), è pari a circa la metà rispetto a quello dei paesi dell’euro-zona (2,2%) e poco meno di un terzo di quello della Spagna (3,5%). Per quanto attiene alla sostenibilità del debito pubblico, non solo il rapporto del debito pubblico sul PIL italiano è superiore alla soglia di sostenibilità del 70%, ma è molto prossimo al valore del 120%, considerato dai mercati finanziari «a rischio di esplosione». Esplosione che potrebbe venire innescata proprio dall’innalzamento del tasso di interesse sui titoli del debito pubblico che ha fatto seguito all’attacco speculativo. Molti commentatori della manovra, tra cui il Presidente Napolitano, auspicano che la nostra economia possa tornare a crescere: ma è sufficiente? Penso proprio di no. E’ impensabile infatti che la nostra economia possa rimettersi a crescere ad un ritmo superiore al tasso di interesse (essendo questa la condizione di sostenibilità del debito in assenza di un disavanzo primario, vale a dire con un saldo di bilancio nullo al netto degli interessi sul debito). Specialmente se si considera che nell’ultimo mese il rendimento dei BTP a dieci anni è passato dal 4,62% al 5,68% e, in conseguenza del recente attacco speculativo, il tasso di interesse all’asta dei BOT è salito nei giorni scorsi dal 2,14% al 3,67%. Ecco perché l’attacco speculativo alla finanza italiana rappresenta in realtà una mossa volta ad affossare l’euro: essendo la nostra economia una delle quattro più importanti della UE (e la terza in ordine di importanza nell’euro-zona), in considerazione dell’ampiezza del nostro debito pubblico, un tasso di interesse che si avvicinasse al 7% - soglia che farebbe scattare anche per il nostro paese la necessità di un «salvataggio» (come per la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo) -, renderebbe praticamente impossibile impedire l’esplosione del debito anche nel caso in cui venissero intraprese misure difficilmente sostenibili sul piano politico e sociale.

 
L’«offensiva finale» avrà successo? Temo di sì. A meno che si verifichino due condizioni: un salto di qualità nel processo di coesione a livello europeo, che ponga accanto alla BCE (l’autorità che gestisce la «politica monetaria»), un’unica autorità in grado di gestire la cosiddetta «politica fiscale», la cui competenza è stata lasciata dal Trattato di Maastricht ai singoli governi nazionali, e/o un analogo salto di qualità nella politica nazionale, in grado di imporre e di gestire in maniera coesa quelle misure draconiane di abbattimento del debito, sul tipo di quelle proposte da due valenti economisti sul Sole 24 Ore di domenica 17 luglio (C. Pelando e P. Savona, “Un fondo comune contro gli eccessi del debito”). Misure che non possono certamente essere fatte gravare solo sulle spalle dei ceti medi e di quelli meno abbienti. E non è affatto consolatorio sapere che anche gli Stati Uniti di Bush junior abbiano superato nel 2007 la soglia del 70% del loro debito sovrano sul PIL e che, complice la crisi, con l’Amministrazione di Obama abbia raggiunto la quota record del 102,9%. Se l’euro piange, anche il dollaro non ride.
20/07/2011
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