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Opinioni

Il processo a Donnarumma

Sostiene Arrigo Sacchi che il gioco del calcio è la più importante fra le cose meno importanti. Ne hanno piena consapevolezza gli alessandrini che hanno visto dissolversi, per la seconda volta nell’arco di poche settimane, il sogno di accompagnare la loro squadra in B dopo un quarantennio di peripezie nelle serie inferiori...
 OPINIONI - Sostiene Arrigo Sacchi che il gioco del calcio è la più importante fra le cose meno importanti. Ne hanno piena consapevolezza gli alessandrini che hanno visto dissolversi, per la seconda volta nell’arco di poche settimane, il sogno di accompagnare la loro squadra in B dopo un quarantennio di peripezie nelle serie inferiori. E l’autorevolezza del vate di Fusignano ci fa sentire un po’ meno in colpa nel compiere qualche divagazione pallonara, mentre negli Stati Uniti sembra profilarsi il rischio dell’impeachment per il presidente Trump, in Francia il movimento di Emmanuel Macron sta sfruttando il sistema elettorale per polverizzare i rivali, in Germania si è spento uno dei padri della riunificazione tedesca e dell’Unione europea, a Londra è andato a fuoco “il grattacielo dei poveri” e in molti comuni italiani gli elettori del M5S si sono clamorosamente ammutinati.

Dunque, il mondo del calcio grida allo scandalo perché Gianluigi Donnarumma, portiere diciottenne del Milan, ha rifiutato il sontuoso rinnovo del contratto proposto dalla società che lo ha lanciato, contribuendo a farne una precocissima stella del firmamento sportivo nazionale. Se non interverranno ripensamenti, nel 2018 “Gigio” sarà libero di accasarsi presso il club che gli offrirà le migliori garanzie tecniche ed economiche. Che tale prospettiva deprima il valore della riconoscenza è sotto gli occhi di tutti, se non altro perché, alla luce delle modalità del trasferimento, ai rossoneri potrà essere riconosciuto al massimo un esiguo indennizzo per la formazione del giovane calciatore.

Ma il comportamento poco elegante di Donnarumma merita davvero la crocifissione in atto da parte dell’opinione pubblica? La sensazione è che si tratti di una reazione ingiustificata e comunque sproporzionata rispetto alle dimensioni della vicenda, che pure solleva due questioni non irrilevanti. La prima riguarda l’influenza di procuratori, intermediari e in generale di tutta la fauna del sottobosco che si alimenta delle laute commissioni connesse al mercato dei calciatori. E che ha interesse, come la storia dell’ultimo decennio dimostra ampiamente, a spostare freneticamente i propri assistiti, indirizzandoli di volta in volta verso le società più generose negli emolumenti diretti e accessori. In un contesto tanto consolidato, e per molti versi degradato, perché accanirsi su un ragazzo appena maggiorenne che, semmai, ha la responsabilità di aver avallato i modi rudi del suo agente, peraltro noti da tempo e di cui quasi tutti, a turno, hanno beneficiato?

Il secondo versante, ancora più delicato, rimanda al senso di appartenenza dei giocatori, degli allenatori e forse anche dei dirigenti alle squadre in cui militano. Il caso di Francesco Totti – nato, cresciuto e invecchiato nella Roma, fino a paralizzare l’Urbe nel pomeriggio del commovente addio – non può essere considerato paradigmatico. Né si può pretendere che il genuino attaccamento dei tifosi ai propri colori sia replicato integralmente dagli uomini di campo, che non ricoprono il loro ruolo in virtù di una chiamata divina, ma semplicemente per aver colto un’opportunità professionale. E se essi sono certamente tenuti a fare quanto è nelle loro possibilità per il successo del club in cui operano, sviluppando anche, nel migliore dei casi, una certa empatia con l’ambiente che li circonda, sarebbe improprio inchiodare la loro intera esistenza – presente e futura – a quella temporanea militanza.

Il che vale a comprendere le ragioni di Donnarumma, evidentemente attirato da nuove esperienze. Ma anche ad assolvere l’interista Roberto Gagliardini, arrivato a Milano da pochi mesi e massacrato sui social network per l’inquadratura televisiva che lo ha ritratto mentre assisteva in tribuna, con alcuni ex compagni atalantini, a Juventus-Barcellona dell’aprile scorso. Anziché appellarsi al gucciniano “nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento”, Gagliardini si è pubblicamente pentito della sua azione. Noi vorremmo confortarlo, anche perché siamo persone di mondo, disponibili ad ammettere che egli non abbia emesso i primi vagiti in una culla nerazzurra, come vari suoi colleghi talvolta spergiurano. E tuttavia per lui, come per chiunque altro, conterà il contributo fattivo alla causa. È assai improbabile che da bambini fossero interisti gli eroi del Triplete. Ma per questa grave e inspiegabile mancanza li abbiamo felicemente perdonati.
19/06/2017
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