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Interviste

Teatro: tra anima e imprenditoria

A tu per tu con l'attrice teatrale Monica Massone, in un viaggio tra il volto imprenditoriale del teatro e la necessità di comunicare. Partendo da un punto fermo: "la cultura non è una merce"
INTERVISTE - La domanda è già stata fatta molte volte, in innumerevoli occasioni: ma di cultura, si vive? In tempo di crisi, tra fondi tagliati e risparmi forzati, un mestiere come quello dell'attore teatrale può essere ancora più difficile. Abbiamo incontrato Monica Massone, alessandrina e fondatrice di Quizzy Teatro per cercare di capire meglio come stiano le cose. 

Fare l'attore è un mestiere difficile. Farlo in una realtà provinciale e in questi tempi lo è di più?
Il libero professionismo culturale non è semplice ed ha un volto anche imprenditoriale, da non trascurare. L'apertura stessa di una partita iva è da ricondurre al desiderio di essere artefici del proprio lavoro e, perché no, dare ad altri la possibilità di mettersi in gioco. Spesso, però, queste reali motivazioni vengono dimenticate e fare teatro 'in proprio' viene scambiato per megalomania. Direi di sì, fare teatro qui e ora è difficile.

Quali sono i problemi più grandi?
Un primo problema, nazionale, è che in Italia il teatro non è considerato a tutti gli effetti e a tutti i livelli davvero un lavoro. Molti lo considerano esclusivamente come un hobby, un passatempo: non sanno che vivere di teatro significa avere a che fare con una realtà duttile, precaria, sottoposta ad una tassazione altissima indipendentemente dal fatturato. Lo Stato, dal canto suo, fa poco per rendere più facile la nostra vita: l'incertezza la fa da padrona, la piccola imprenditoria ha ben pochi aiuti e sull'ambito culturale è calato il silenzio più totale.

Un mondo difficile con cui fare i conti. Te lo immaginavi così, da bambina?
No, anche se il desiderio di far l'attrice l'ho sempre avuto. Sai quelle classiche persone per cui ci si chiede 'ma ci è o ci fa?'. Ecco, io ci sono. (ride, ndr). Sono sempre stata strana, ho sempre avuto la tendenza a fantasticare prima di mettere in pratica. Da bambina giocavo a far recitare i miei pupazzi, ed era fantastico. Quel gioco di principesse e cavalieri oggi è diventato lo strumento per dar forma alla fantasia tramite la didattica. Da bimba coi miei mezzi, da adulta incontrando la fantasia degli altri e mettendo la mia professionalità al servizio di un'immaginazione collettiva.

Non saranno tutte rose e fiori...
No, anzi. La competizione del mercato è spaventosa ed obbliga i professionisti a ritmi serrati e frenetici al punto di diventare controproducenti per la salute e per il lavoro stesso. È un discorso complicato da spiegare, ma ci provo: lavorare con la creatività impone, necessariamente, un periodo di gestazione. La frenesia moderna, invece, punta di più alla produttività che alla creatività, con buona pace dei tempi e dei recuperi. Bisogna essere pronti, veloci, mai stanchi. È un dolore continuo. Ben inteso, però: non sto dicendo che l'artista è un bohemien che può poltrire: si tratta comunque di un lavoro produttivo ed imprenditoriale. Ma è un settore dove, a mio vedere, il potenziale umano è sacrificato e compromesso.  

Qual è il rapporto della gente comune con il teatro?
Faccio una premessa: sono convinta che le persone abbiano il grande potere di scegliere, di cambiare, di influenzare il mercato. Temo, però, che il consumo fine a se stesso di ogni cosa, abbia portato anche le persone verso l'idea - sbagliata - che tutto non è che un prodotto. La metrica di giudizio, così, non è più il valore della poetica, ma un confronto tra chi propone il prodotto più appetibile. Ecco, la cultura non si può considerare come una merce e non si deve applicare lo stesso criterio d'acquisto che vale per il resto. Anche perché poi questo si ripercuote su molti aspetti.

Ad esempio?
La competizione. In una realtà di provincia è feroce, ma è una guerra tra poveri. Personalmente ho voluto che l'anima del mio lavoro fosse la poetica del creare con la gente, una creazione che non è assemblaggio ma davvero una nascita ed una crescita col pubblico e con i miei corsisti. In questa sfrenata corsa alla mercificazione del teatro, così, ci si scontra con una mancanza di deontologia: il bello di fare teatro è che non c'è un meglio o un peggio nel senso materiale del termine. 

Qual è il modo in cui declini la tua idea di teatro?
Sono convinta che ci sia un'età per sognare questo mestiere come un lavoro e un'altra in cui diventa un nuovo modo di conoscersi, un'esperienza. Io voglio poter mettere le persone nelle condizioni di poter sentire e ragionare su quel che sentono, trasformando quel 'magma di pancia' in qualcosa di concreto, in un carattere o un personaggio. Utilizzando gesti, sguardi, mettendo in comunicazione le persone e arrivando così ad un canovaccio e poi ad un copione.

Insomma: si vive di cultura?
Quello che posso dirti, di sicuro, è che è difficile e non si diventa ricchi. Io, però, non saprei sentirmi così viva in nessun altra realtà. 
18/08/2015
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