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Alessandria

I "ferri chirurgici" di Robotti tornano in mostra in città. Dal 19 ottobre in Biblioteca

Il progetto fotografico premiato dal Sony World Photography Awards del fotografo alessandrino sarà in mostra dal 19 ottobre al 9 novembre presso la biblioteca civica. Sabato 21 ottobre in programma un incontro con l'autore per parlare di stampa fine art
ALESSANDRIA - Torna visibile in città la mostra fotografica sui ferri chirurgici di Daniele Robotti, talento alessandrino pluripremiato per i suoi progetti fotografici. Quello forse di maggior successo è proprio quello dedicato allo still life con protagonisti gli strumenti operatori, con un lavoro dal titolo: "ferri chirurgici, geometrie che incidono il corpo", progetto fotografico nato quasi per caso eppure subito notato dai giudici di uno dei concorsi più partecipati e famosi al mondo, il Sony World Photography Awards, che lo hanno inserito nel 2016 nella shortlist di finalisti, insieme ad altri 8 fotografi in tutto. 

Le foto saranno a breve nuovamente in città, presso la biblioteca civica di Alessandria, con una mostra che verrà inaugurata giovedì 19 ottobre alle ore 17, alla presenza dell'autore, e resterà in visione fino al 9 novembre. Sabato 21 ottobre, dalle 10 alle 12, sarà inoltre possibile incontrare l'autore in sala Bobbio, sempre in biblioteca, per discutere con lui di stampa 'fine art'. 

Ecco di seguito l'intervista realizzata con l'autore sulla mostra.
Daniele Robotti, com'è nato il tuo progetto e l'intenzione di partecipare a questo prestigioso concorso?
Sinceramente è stato un caso, ho partecipato perché era gratis e mi piace mettermi costantemente in gioco. Sono andato a vedere le diverse categorie: tutte le foto dovevano essere scattane nel 2015 e non ancora pubblicate. Avevo 3 possibili servizi con cui tentare: l’unico però di still life era quello dei ferri chirurgici che avevo appena concluso. Ho scelto 10 scatti fra i 30 totali che avevo selezionato ed è andata bene.

Come nasce un progetto del genere?
Cerco spesso di dedicarmi a progetti diversi rispetto a ciò che scatto tutti i giorni per lavoro, così da tenere allenato il cervello e trovare sempre nuovi stimoli. L’idea delle geometrie che incidono il corpo mi ha affascinato fin da subito. Ho ottenuto l'autorizzazione da parte della caposala ad accedere alla centrale di sterilizzazione all'Ospedale di Alessandria e così ho fatto un primo sopralluogo. Lo spazio era piccolissimo, sterile, e quindi senza la possibilità di portare materiale dall’esterno. Potevo fotografare i ferri subito dopo il lavaggio e prima della sterilizzazione, in uno spazio non più grande di un metro quadrato in totale. Quando ho eseguito gli scatti non avevo in mente alcun concorso, né avevo particolari velleità di pubblicazione. Diciamo che è nato come progetto personale. E’ stato divertente costruire un mini-set con solo una luce e un flash, con i ferri appoggiati a uno sfondo, tutto estremamente semplice. Chissà, forse è stata quella la mia fortuna. Ho pensato che i ferri erano in acciaio e così ho cercato qualcosa che potesse essere sempre di acciaio. Non avevo una lastra e ho preso un contenitore che avevo in cucina, a casa. Ed è andata bene così perché li conteneva perfettamente. La magia che si crea con la fotografia è anche questa: un’alchimia che ogni tanto nasce e si capisce subito che può funzionare.

Lo still life è una delle categorie più difficili e tecniche in cui competere… Cosa vuol dire ricevere un riconoscimento così alto a confronto con fotografi professionisti di still life che impiegano strumentazioni costosissime per creare i propri scatti da concorso?
Alla fine nel mio caso credo sia stata premiata l’idea. La strumentazione in fotografia è l’ultimo problema. Avessi avuto la possibilità di portare i ferri in studio tecnicamente le foto sarebbero venute meglio, ma forse il progetto nel suo complesso avrebbe perso qualcosa. Queste idee mi vengono quando sono in macchina e viaggio per lavoro, nel tragitto di spostamento fra casa e il campo dove fotografiamo i cani. Doverlo costruire senza poterci pensare troppo prima è stata in fondo una fortuna. Un aspetto curioso di questo progetto è stato poi il confronto con chi utilizza i ferri quotidianamente per lavoro: gli operatori sono rimasti sorpresi dal mio punto di vista e dalle forme che possono assumere gli strumenti che hanno sempre fra le mani. Io mi sono fatto sorprendere dalle geometrie e dalla precisione con cui sono costruiti, visto il lavoro di estrema precisione che devono compiere durante le operazioni. Si potrebbe quasi dire che siano stati gli stessi ferri ad auto-costruirsi le immagini che poi ho realizzato.

Come fotografo in città animi anche PhotoRing, un gruppo di appassionati di fotografia e una bella palestra di sperimentazione…
Certo e il gruppo è aperto a tutti. Il nostro obiettivo è scattare immagini insieme, senza perdere troppo tempo sulla tecnica. E’ un gruppo assolutamente amatoriale e di divertimento. Ci vediamo il venerdì, due volte al mese, nel mio studio ad Alessandria. Chi fosse interessato a partecipare agli incontri basta che mi contatti al sito Robotti.it

Il tuo approccio è molto incentrato sul "fare", sul muovere le mani, sull'attività più artigianale nella produzione fotografica. Però sei anche un esperto di Photoshop, della parte di elaborazione delle immagini: come si conciliano questi aspetti?
Il lavoro con Photoshop è nato per necessità professionali, poi mi ci sono appassionato, ma il punto è che si lavora sempre su una foto che deve già essere stata scattata bene. In correzione colore si può lavorare per mettere in risalto ciò che si vuole, ma lo scatto resta il momento più importante. Quello di cui bisogna essere coscienti è come gestire la luce, l’illuminazione e la composizione delle immagini. E avere una propria cultura fotografica, e magari anche di storia dell’arte, sicuramente aiuta.

Alessandria non è proprio considerata la patria della creatività. Cosa vuol dire fare il fotografo qui? Non siamo a Milano o New York…
Ho una piccola casa editrice e ci occupiamo di pubblicazione e stampa dei nostri lavori, che sono di solito multimediali, con una parte video allegata. Per me dove lavorare non fa poi così differenza. Diciamo che la concorrenza è diventata enorme dappertutto, la crisi c’è, perché non c’è più il mercato dell’editoria, tranne che per i grandi nomi…

Che consigli si possono dare per chi volesse provare ad affermarsi con la fotografia?
Intanto cercare di formarsi: fare gavetta, andandosi a cercare le professionalità che più piacciono. Formarsi culturalmente, osservare cos’hanno fatto in passato i maestri, ma anche cosa stanno facendo oggi fotografi di livello in giro per il mondo. Su Twitter e Instagram per esempio è possibile seguire chi fa foto ad alto livello oggi. Nel mio piccolo cerco di condividere con chi mi segue i fotografi che piacciono a me. E poi, se possibile, formarsi come assistenti presso professionisti affermati, anche perché per vivere di fotografia bisogna tenere in considerazione anche tutta la parte del commerciale, della gestione dell’azienda e di competenze finanziarie. E poi, ovviamente, consiglio di provare a mettersi in gioco con qualche concorso.

Hai già altri progetti in cantiere?
Con la mia socia abbiamo realizzato il progetto ‘Cose Recluse’, un libro fotografico che raccoglie gli oggetti di uso comune utilizzati dai detenuti nella Casa di Reclusione di San Michele, ma anche luoghi e ambienti tipici del carcere.

Maggiori informazioni sono disponibili sul sito del fotografo www.robotti.it
16/10/2017
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